Isolarsi e perdere il contatto con la realtà. È un problema dei mondi virtuali?
Fin dai tempi più remoti, l’uomo si isola completamente da quello che lo circonda.
Fugge, pur senza spostarsi. Con l’ausilio di strumenti che si è costruito si rifugia, per ore o anche per giornate intere, in mondi di fantasia. Viaggia in città ormai scomparse dalla faccia della terra, incontra persone che non esistono, vive storie mai accadute.
A seconda degli strumenti usati, questo viene chiamato essere appassionati di Letteratura, di Cinema e di Poesia.
Al giorno d’oggi, nessuno ritiene una cosa strana e pericolosa leggere dei romanzi.
Gli amanti della poesia non sono considerati intrinsecamente dei falliti, ma persone con sensibilità e senso dell’estetica.
Gli appassionati di cinema non buttano via la loro vita durante la proiezione di un film, bensì aumentano la loro cultura.
Se però lo strumento usato è un software che simula un ambiente tridimensionale, allora
- “stai conducendo una seconda e falsa vita”
- “rischi di perdere il contatto con la realtà”
- “ti estranei da quello che conta davvero”
- “vivi in un mondo di illusione”
C’è davvero differenza fra i mondi virtuali e gli altri media usati dall’uomo per costruire la propria cultura?
Finché rimango libero di scegliere se e come usarli, no.
Update
cfr. “People have always sought to visit imaginary worlds, whether transported through books, music, theatre, dance, … and they always will” – Richard Bartle, in commento a “Are Virtual Worlds over?” di Raph Koster.



